Di cosa sono fatti i giorni? Di tempo e di semi, si sarebbe risposto nelle società agricole: tempo che passa e semi che danno frutti. Nutrice dà forma a questa eterna ciclicità con sette drappi di differenti colori su cui si stagliano i simboli astrologici dei pianeti associati ai giorni della settimana, simboli che prendono forma e colore dai semi di cereali diversi (grano, riso, orzo, miglio, segale, avena, mais) assegnati secondo le indicazioni dell’antroposofia steineriana. Questi manufatti liberi di vibrare al soffio del vento sono degli stendardi da processione, dei paliotti d’altare, delle lenzuola stese alle finestre nei paesi del Sud che mostrano orgogliosamente un doppio principio di vita – simbolo e sostanza – sintetizzato nel loro medaglione, che è anche il setaccio che trattiene il grano e lo separa dalle impurità. Con questo gesto di “insaccatura” lento e meticoloso, i semi vengono intessuti come le cifre di un prezioso corredo per lo sposalizio degli astri con la comunità. È difatti un matrimonio quello che si celebra: quei simboli astrologici che si manifestano come entità vive è come se dicessero di non essere semplici geroglifici generati della fantasia, ma la sintesi dell’unità concreta del Cielo con la Terra che ci nutre per quel che ci spetta.

 

Quello di Maria Lucrezia Schiavarelli è un lavoro che sembra svilupparsi come un organismo vivente. Rielaborando soggetti che vanno da forme elementari come la muffa fino alla complessità dell’anatomia umana, Maria Lucrezia ha fatto della materia vivente il fulcro della propria ricerca. È una vita che fluttua priva di rigidità e di peso, ma non si tratta di un mondo liquido come lo intenderebbe Bauman, dove si scioglie ogni forma di stabilità esistenziale, quanto piuttosto di una sfera amniotica, pre-natale, e quindi materna. Un luogo dove le forme possono strutturarsi ed evolversi secondo il proprio spirito, come l’iride dell’occhio che arriva a coincidere con il cielo stellato perché, al di là delle apparenze, hanno Medesimi rapporti.

In questo grembo, anche singoli organi vegetali o animali acquisiscono un’esistenza autonoma e una propria individualità. L’impressione è che si tratti di soggetti sotto osservazione, curati con attenzione, quasi accarezzati, che indicano a chi osserva come la comprensione più profonda debba passare attraverso i sensi. I rapporti di grandezza tra i segni a volte sfuggono – una forma organica si confonde con la mappa di una città – ma è l’ambiguità di un territorio che oscilla sempre tra il micro e il macrocosmo.

Ambiguità, ma non vaghezza. Se molti artisti italiani degli ultimi vent’anni hanno un debito nei confronti della leggerezza calviniana, nel caso dell’opera di Maria Lucrezia forse la lezione americana più indicata potrebbe essere quella dell’ “esattezza”: precisione di segno, cura del dettaglio, nitore dell’immagine, e uno spiccato interesse nei confronti di temi scientifici. È l’esattezza del minimalismo leggibile in controluce in molti suoi lavori, una parentela che non riguarda la riduzione delle forme quanto piuttosto il gesto ripetuto, continuo e paziente; ma è anche l’esattezza del microscopio che permette di osservare la struttura intima delle cose. Ecco come nasce la domanda: di cosa sono fatti, uno dopo l’altro, i nostri giorni?

 

In tutto il lavoro di Maria Lucrezia Schiavarelli è leggibile un luminoso piacere del fare, espressione di una pienezza data dal fatto di riuscire a “pensare” con le proprie mani, di elaborare un concetto proprio nel momento in cui se ne fabbrica la forma, quella sensazione che a volte si può avere di fronte a certe raffinate decorazioni o ai mandala, che se osservati con attenzione rivelano una densità inaspettata nella purezza di configurazioni ripetitive. Analizzando certi fregi di questo tipo, Gombrich parlava di un innato “senso dell’ordine” che spingerebbe l’uomo a scandire il tempo e lo spazio, e qualcosa di simile si può intuire nella pratica artistica di Maria Lucrezia, ma precisando che si tratta di “senso dell’armonia”, perché il suo, in definitiva, è un costante studio sul punto di equilibrio.

 

Massimo Marchetti

 

 

 

© 2014 by Maria Lucrezia Schiavarelli